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06.set 2010
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Perché Termini Imerese è solo la punta dell'iceberg

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Il caso Fiat e lo sciopero          .          .               .            .            .          .               .            .                .          .               .            .              .          .               .            .         .          .               .            .              .          .               .            .            .          .               .            .
La chiusura dell’impianto Fiat di Termini Imerese spaventa un po’ tutti. Lo stabilimento del gruppo torinese impiega circa 1400 dipendenti in Sicilia e la perdita di tanti posti di lavoro provoca differenti reazioni. I sindacati hanno già incrociato le braccia, mentre il Governo cerca di mediare in una situazione estremamente delicata.

L’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, ha annunciato lo stop alla produzione di autoveicoli a partire dal 2011 nell’impianto di Termini Imerese, mentre anche lo stabilimento di Pomigliano d’Arco rischia la stessa sorte.

Queste scelte industriali sono del tutto logiche, in quanto, ogni autoveicolo che esce dallo stabilimento siciliano costa circa 1000 euro in più di quello che costa negli altri impianti Fiat. Il sovra costo non è tanto dovuto ad una bassa produttività dello stabilimento di Termini, quanto all’infelice posizione logistica dell’impianto stesso. La mancanza di collegamenti rapidi dalla Sicilia verso i mercati di sbocco è una debolezza che costa caro.

Quello che sembra un problema di Termini Imerese è invece un problema che riguarda tutta l’Italia. Le infrastrutture italiane sono state concepite male e fanno perdere di competitività a tutte le aziende che combattono ogni giorno in un mercato più globale. Il mercato dell’automobile è sempre più globale e sempre maggiormente sono necessarie economie di scala per le case automobilistiche al fine di risparmiare e competere.

Il caso di Fiat in Italia è molto particolare. Con cinque stabilimenti la casa automobilistica torinese produce lo stesso numero di autoveicoli di un unico stabilimento in Polonia o in Brasile. Gli stabilimenti italiani sono troppo piccoli e la produzione italiana è troppo frammentata. Questa situazione deriva da un rapporto perverso tra Fiat e i diversi Governi che si sono succeduti negli anni. In cambio di aiuti l’azienda ha deciso di sostenere l’occupazione in tutta Italia, senza guardare troppo al conto economico.

L’Italia ha ormai perso da anni il treno degli investimenti esteri nel settore auto motive e questa debolezza è stata pagata a caro prezzo. La caduta del numero di autoveicoli prodotti in Italia è stata tale che nel 2008 sia Belgio che Repubblica Ceca hanno fatto uscire dai propri stabilimenti più auto che  l’Italia. La produzione italiana è solo di Fiat e nessun altra casa automobilistica produce veicoli. La produzione mondiale è sempre più globale, così come la domanda di autoveicoli. Nel 2009 in Cina sono stati venduti più autoveicoli che negli Stati Uniti, mentre in molti paesi europei la domanda è stata sostenuta da incentivi che hanno dopato le vendite. E il doping fa male, perché nel 2010 il mercato auto rischia un tracollo con una caduta di oltre il 10 per cento. Tutti i Governi Europei si ritrovano quasi costretti a prolungare gli aiuti alle vendite, ma comunque sarà difficile mantenere il livello raggiunto nel 2009.

Il Governo Italiano molto probabilmente continuerà nella politica degli incentivi, seppur in maniera più limitata rispetto allo scorso anno. Questa politica tuttavia è una misura che non aiuta la produttività italiana e che è costata e costa centinaia di milioni di euro l’anno.

Il nostro paese non ha bisogno d’incentivi alle vendite, bensì di una politica lungimirante che sappia attirare gli investitori stranieri.

Lo sciopero di Termini Imerese, difficilmente cambierà la situazione. I sindacati non sembrano accorgersi che il mondo dell’auto è cambiato e che ormai è divenuto globale.
Il Governo ha l’occasione di comprendere che non è tanto importante difendere strenuamente l’occupazione di un solo impianto produttivo, quanto quello di favorire l’arrivo d’investitori stranieri che possano sviluppare la produzione italiana e di conseguenza l’occupazione.

di Andrea Giuricin
in collaborazione con L'Occidentale
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