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06.set 2010
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Obama tassa le banche ma saranno i clienti a pagarne le conseguenze

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Una "penale" di circa cento miliardi di dollari   .                   .                .       .                   .                .     .                   .                .       .                   .                .      .                   .                .      .                   .                .     .                   .                .    .                   .                .
Nei prossimi giorni il presidente Obama potrebbe dare una stangata ai maggiori istituti di credito statunitensi, attraverso la proposta di una tassa straordinaria da imporre alle banche per recuperare i fondi pubblici erogati per fronteggiare la recente crisi finanziaria. L’imposta, già denominata dalla Casa Bianca “tassa sulla responsabilità per la crisi finanziaria”, dovrebbe permettere di recuperare oltre cento miliardi di dollari in 12 anni (costando fino a 2 miliardi di dollari l'anno per le banche), ridando ossigeno alle casse dello Stato e quindi all’economia statunitense. Il meccanismo tributario è orientato a colpire il passivo di bilancio nell’arco di un decennio, coinvolgendo le banche con asset superiori ai 50 miliardi di dollari, che sono state maggiormente beneficiarie del “salvataggio” pubblico.

La parola definitiva spetterà, ovviamente, al Congresso chiamato, nel febbraio prossimo, ad esprimersi sull’approvazione della Legge Finanziaria per l’anno fiscale 2011, che dovrebbe consentire al Governo di recuperare gran parte delle risorse spese per il piano “Tarp”, il fondo introdotto ad hoc proprio per arginare la grande crisi finanziaria. I banchieri USA hanno, ovviamente, accolto sfavorevolmente l’annuncio, ritenendo la crisi attuale una ordinaria flessione finanziaria ricorrente nel Paese ogni 5-7 anni e, quindi, non imputabile alla scorretta gestione delle attività creditizie, quanto piuttosto ad una complessiva congiuntura finanziaria sfavorevole sul piano internazionale. Come pure i banchieri si chiedano perché a pagare pegno non siano anche i giganti collassati dell'automobile o Fannie Mae e Fannie Mac. Le somme che i banchieri potrebbero trovarsi a dover sborsare sono molto alte, secondo gli analisti J.P. Morgan Chase, Citigroup e Bank of America, dovrebbero versare almeno 2 miliardi di dollari ognuna, Wells Fargo circa 700 milioni all'anno, Morgan Stanley e Goldman Sachs intorno al miliardo di dollari, il gruppo Mellon sui 200 milioni. Gli analisti si chiedono se a pagarne le conseguenze non saranno, alla fine, proprio i clienti delle banche.

Dal canto suo, il Governo “giustifica” la manovra con l’esigenza di recuperare quanto precedentemente ceduto ai colossi finanziari, evitando il futuro aumento del debito pubblico che potrebbe ricadere sulle giovani generazioni. Una mossa che consentirà, almeno nelle intenzioni del Presidente Obama, di risanare le casse federali e di consentire una crescita dei livelli occupazionali, fortemente ridimensionati dalla crisi, che ha messo sul lastrico circa otto milioni di cittadini americani. All’indomani della più grande crisi finanziaria mai verificatasi nel Paese dopo “l’ottobre nero di Wall Streeet” del 1929, il Governo americano cerca in tal modo di recuperare danaro e consensi, in un periodo delicato in cui, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, un ulteriore aggravamento dell’economia statunitense potrebbe rivelarsi seriamente controproducente per il Presidente Obama.

di Luigi Canale
in collaborazione con L'Occidentale
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